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Tabita

*Apprendista Streghetta*

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Date of registration: May 18th 2009

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Tuesday, May 19th 2009, 10:59pm

L'arena

La luce del sole filtra dalle sbarre. L'odore della polvere calpestata si unisce a quello del sudore emanato dalle migliaia di persone stipate nell'arena. Un odore che sa di paura, eccitazione e morte. L'attesa. L'ansia. La concentrazione di chi sta dentro, e la smania di chi sta fuori. Una mano tesa ad afferrare l'elsa di una spada che sbattendo contro una colonnina produce un clangore che suona fragoroso nel silenzio permeato del solo sottofondo sussurrante della folla scalpitante. Una preghiera mormorata, la speranza della sopravvivenza. Lacrime versate sul terreno battuto, il rimpianto di ciò che poteva essere e non sarà. La brama di sangue è la causa, il motivo per cui essi sono lì. La massa della gente soffocata, i corpi calpestati compressi e urlanti. Uomini che incitano alla violenza, donne che svengono per la mancanza d'aria, insulti, incitamenti e grida animali, nella giostra che più di ogni altra è in grado di portare l'essere umano alla più bassa condizione di dissolutezza. Un segnale a voce e quelli che stanno dentro, loro, i veri protagonisti, i gladiatori, si sollevano tutti insieme a prepararsi. Scintillii prodotti dai raggi dell'astro nascente sulle superfici metalliche di elmi, armi e armature si riflettono nell'enorme stanza che li ospita, grigia fredda e buia. Fruscii di stoffa stretta nelle pettorine, gambali e bracciali, muscoli che si contraggono a sollevare i tridenti, i gladi, le spade, le reti, le lance e gli scudi a protezione. Gocce trasparenti che solcano fronti già imperlate di sudore, attraversano gli zigomi e le guance per poi staccarsi dai menti e cadere silenziose sulle mise da battaglia. La consapevolezza della morte si posa come un macigno sulle spalle di tutti loro che, impercettibilmente, si piegano a quella minaccia ormai diventata così reale, così viva e così vicina. L'adrenalina pompa nel sangue che fischia alle orecchie e il cuore martella le costole dall'interno. Le mani tremano mentre gli occhi rimangono fissi, fermi a osservare lo spazio tra le sbarre del cancello che si para d'innanzi: l'unica barriera che divide ognuno di quegli uomini dalla sfida suprema, il combattimento per eccellenza, quello per la vita, quello senza regole, senza misure, perché se lo perdi non ti sarà concessa una seconda occasione, per riparare ai tuoi errori, per fare meglio. Quando l'uomo si pone nudo davanti ai suoi pregi, i suoi difetti e le sue paure, la capacità di reazione è ciò che differenzia chi è in grado di sopravvivere dal condannato. E' solo questione di attimi; istinto e percezione si fondono in quei rapidi movimenti che surclassano la velocità di pensiero. Intanto il cervello comincia a isolare le proprie funzioni; si acutizzano le capacità sensitive e si inibisce la facoltà di ragionare, la concentrazione arriva a livelli inconcepibili mentre inconsapevolmente i muscoli gonfi delle braccia, del petto e delle gambe guizzano sotto la pelle, preda di impulsi elettrici che inducono le dita delle mani a stringersi sulle armi fino a far diventare bianche le nocche. Non un suono si leva dalle gole dei combattenti mentre una voce da fuori annuncia l'inizio della lotta. Un boato del pubblico scuote le fondamenta dell'arena mentre i nervi tesi dei più deboli cedono a singhiozzi soffocati. Il cancello si apre ed è subito luce. Luce bianca misto al sangue rosso. Il clangore del metallo su metallo, gli ansiti e i grugniti dello sforzo della lotta sono sovrastati dalle urla incoerenti della folla che sostiene i propri campioni. Nel giro di pochi attimi è il massacro. La folla inebriata dal bagno di violenza si abbandona all'estasi che provoca la vista del rosso rubino sparso sul terreno. L'unione tra la sacralità della vita e il peccato di omicidio e violenza che si fondono in un abbraccio osceno e innaturale che incanta e insieme disgusta l'innocenza degli occhi spettatori. Le persone cadono dagli spalti, fuori di senno, mentre gli attori di quello spettacolo estremo continuano a cadere trafitti dalle armi più disparate in parti del corpo sempre differenti. I gladiatori scivolano sulle pozze stagnanti formatesi in terra e si imbrattano degli schizzi che producono quando le spade penetrano le carni in una maniera sensualmente dolorosa che richiama volgarmente quella forma di unione primordiale che da sempre unisce uomo e donna. Anche gli affondi ritmici ne sono vaghi echi. Mentre la stanchezza minaccia di far crollare gli ultimi rimasti in piedi, la battaglia finisce, e i vincitori barcollanti vengono acclamati a gran voce e festeggiati da fiori che calano lentamente dall'alto. Gli animi si raffredderanno e i lottatori tornano alla loro vita di schiavitù e morte; graziati questa volta. Già. Questa volta. E il pensiero riecheggia nelle loro menti mentre il sangue che ha colorato visi e corpi sarà loro di monito. Ritornano quindi in attesa, mentre i nervi si ispessiscono o cedono, in un'esistenza che è fatta di bianchi e neri, in cui si sopravvive o si muore. E i cancelli si chiudono dietro di loro.